Un crine

Acuto come il suono della più sottile corda di violino 

pigiata dal tuo dito sul più piccolo spazio, 

strusciata dal crine teso nell’arco che per correttezza devo chiamare archetto.
La mano non si stanca e il braccio neppure e quel crine li dentro teso è un segmento diventato infinito.
Con l’andare e il ritornare quel segmento è ora una linea.
Acuto così, che quando lo sento alzo una mano, la mia, poi l’altra, sempre la mia, e le due mani insieme stringono la testa, strizzo gli occhi e sbircio fra le dita e dico “ora si spezza” e non si spezza mai quel crine.
Acuto così ha trovato un interstizio che non sapevo di avere.
Il crine è del mio cavallo che,

con la sua criniera al vento mi da il tempo a cui vanno anche i miei capelli.
In silenzio come un direttore d’orchestra, unico musicista che non produce suoni, mi da il tempo del passo, del trotto e del galoppo ed io mi fido.
Acuto così ha trovato un interstizio che non sapevo di avere.
Sottile come la più acuta corda di violino è questo interstizio dove tu stai.
Forse tuo malgrado

Tu stai

Dove ti sento io

Forse non sai affatto dove stai,

perché tu non ci sei.

Forse non sei 

né acuto, né sottile

e forse questo non è il luogo che fa per te.

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