E così scelsi la casa usa e getta…

E così scelsi la casa usa e getta. Era il 2007 e si trovava all’ultimo piano. I soffitti spioventi in tutte le camere eccetto quella pensata per mio figlio, a cui seppure ancora piccolo anche di statura, aveva appena dieci anni, volevo fare sentire la sensazione dello spazio. Un angolo cottura in piena regola, un rettangolo che da un lato affacciava in soggiorno e dall’altro sul balcone e il terrazzo, un terrazzo che faceva da perimetro alla metà esatta della casa. Un terrazzo di cento metri quadri per una casa di ottanta. Spazio libero e aperto per il nostro cane. Il tetto marrone del palazzo, allegro, con le canne fumarie di tutti gli appartamenti che spuntano e gli alti e bassi delle spiovenze corrispondenti agli interni bassi e alti, ci si può salire alzando semplicemente una gamba e camminarci fino ad arrivare direttamente in cima al vertice da cui si vedono i restanti tre appartamenti che condividono l’essere all’ultimo piano e, volendo scendere, e con pochi passi, raggiungere i loro balconi che, assieme al mio formano l’intero perimetro del tetto del palazzo: quattrocento metri quadri totali. Essendo la casa in alto consentiva di non sentire la vita e i rumori di altri passarci sulla testa come invece sarebbe accaduto s fosse stata in piano intermedio ed essendo piccola, mi dava la sensazione di raccogliere meglio noi e i nostri oggetti.

– Ho sempre desiderato una casa piccola, raccolta, ma abbastanza spaziosa da contenere tutto, passato, presente e nuovi oggetti futuri. Per questo, consapevole che la vita, almeno la mia, non entra in una valigia, ho sempre immaginato la mia casa ideale a molti livelli ma raccolta, un piuttosto piccolo perimetro ed estesa in verticale. Una casa sola e che sia una, ogni casa in più, che sia una casa al mare, in montagna, o al centro di una capitale come tappa per percorsi di viaggio o peggio che mai un’altra casa nella stessa città dove abito, mi è sempre sembrata un vincolo, un ostacolo. Una sola casa con tutto e una buona capacità di scelta e sintesi quando devo partire e decidere cosa mettere in valigia, così mi piace. Così mi sento libera. Da quando ero bambina, in effetti, ho sempre sognato ad occhi aperti una casa mobile: barca attraccata al porto ma che può navigare, camper che sosta in un bosco ma che può ripartire… sono arrivata a sognare di avere come casa un tir arredato internamente con mobili e servizi progettati da me e persino a pensare ad una casa gonfiabile da mettere nello zaino se avessi voluto fare il viaggiatore tutta la vita. Ci sarà un perché, dovendomi rappresentare, mi rappresento come una tartaruga che abbia ingoiato una ciliegia intera con tutto il nocciolo… –

Dunque ho preso in affitto questa mansarda pensando di abitarci poco, ma non pochissimo, diciamo un paio d’anni, forse tre. Mi ero accorta, chiacchierando con un’amica che mi chiedeva quante case avessi cambiato nella mia vita, di averne cambiate in un certo periodo fino ad otto in quattro anni, era troppo! solo con quella chiacchierata mi resi conto però di essere da sempre stata senza radici. Non lo avevo mai capito. Come non avevo mai capito, di essere, certamente essere una romana. Romana per cultura, romana per tipo di ironia, per quell’incredibile senso di mancanza di bellezza che provavo quando camminavo in altri luoghi del mondo e di cui solo in quel momento mi accorgevo. Mi mancava il luogo di appartenenza in ogni altro luogo ma non lo sapevo. Quella cornice di bellezza che dà camminare sui san pietrini; il rumore dell’acqua corrente delle fontanelle; il ritmo e la cadenza dei romani e il loro modo di guardare negli occhi; le borgate squallide e degradate; le file di suore e i turisti in centro; la struggente e ineluttabile nostalgia interiore del cielo che si oscura al passaggio degli uccelli migratori, segnatempo dell’anno e del giorno, che poi, con la stessa morbida rapidità, riportano allontanandosi la luce; lo sfiorare con la coda dell’occhio le immensità di Bernini e il “sedersi alla romana” sul bordo di una fontana”. Ecco, questa cornice, mi faceva sentire un quadro, l’opera interna, a volte un capolavoro, a volte  uno scarabocchio, a volte reggevo al confronto con quell’immensità altre mi schiacciava quasi facendomi sentire infinitamente piccola, invisibile quasi. Questa cornice contestuale mi faceva sentire al confronto col mondo intero, il mondo in un luogo, io nel luogo del mondo. La vita mi ha da sempre insegnato la lezione del dare importanza a tutto, di questo devo ringraziare.

…dove eravamo? Ah, sì, otto abitazioni cambiate al ritmo medio di una ogni sei mesi era troppo. Così, decisi per la casa usa e getta appunto, ma doveva durare questa volta almeno qualche anno e, a ben guardare, non solo essere usa e getta, come in fondo erano state involontariamente anche tutte le altre, ma anche ricicla. Usa-getta-ricicla, fantastico pensavo. Con pochi soldi, budget stabilito 3000 euro, l’ho arredata rapidamente in perfetto stile usa e getta: stile Ikea of course. Tutto Ikea eccetto la cucina (era troppo cara), ne ho presa una con una sorta di offerta speciale perché ultimo “pezzo” in negozio, carina e adattabile al mio spazio.

Ogni cosa era stata, per la prima volta nella mia vita, decisa, pensata e organizzata. I mobili avrebbero dovuto contenere esattamente ciò che ci saremmo portati (avremmo lasciato il restante nella casa di famiglia dei miei genitori) e non ci sarebbero stati oggetti fuori posto e disordine, tutte le nostre cose, mie, di mio figlio e del nostro cane, avrebbero avuto un contenitore idoneo e dedicato.

Avrei potuto alzarmi la mattina e fare La colazione, quel nostro meraviglioso rituale che chiamo “pasto-famiglia”, in cui ci si siede a tavola presto, poco dopo l’alba, si imbandisce la tavola con latte freddo, the caldo, yogurt, carote, peperoni crudi tagliati a striscioline, spicchi di finocchio o altre verdure, fette biscottate, burro, cereali, marmellate… tante chiacchiere e storie horror o comiche inventate, molte risate e sorrisi e un’ora trascorsa ogni giorno che ogni giorno che passa ti dà più certezza che vivere è davvero bello e volersi bene è possibile. Che gioia, che allegria, che divertimento!

La casa progettata usa e getta sarebbe stata sempre a posto, con leggiadria avrei potuto prendere in mano uno spolverino e senza neppure saperlo, passando da qui a lì, ancora in pigiama, pulire, spolverare, riordinare… Macché riordinare, tutto sarebbe stato già al suo posto e non ci sarebbe stato proprio nulla da riordinare. Basta con quelle case in divenire piene di tele di quadri appese ma anche appoggiate a terra, sculture, incipit di un po’ di tutto ma che sommergevano il già fatto, pile di libri fuori posto, gioielli e vestiti in ogni dove… Basta, basta, basta! Ora era il tempo dello spazio mentale dato dall’ordine e dall’organizzazione, bello sì improvvisare la vita ma era anche un continuo fuggire dalla vita stessa. Venivo dagli anni della felicità e ero pronta per prendere le redini della mia vita in mano.

– Era il 2007 ed ormai erano dieci anni che a chiunque me lo chiedesse dicevo: “sono felice!”, non era una frase fatta, lo ero davvero. La mia felicità era stata frutto di grosso impegno e lavoro, non mi era arrivata in regalo e sapevo riconoscerla, ero stata anche molto infelice. Ero simultaneamente, studentessa, madre e lavoratrice (l’ordine è cronologico).

Come studentessa ero molto soddisfatta, avevo finito tutti gli esami universitari in tempo canonico e con ottimi risultati compresi dei trenta e lode, pur avendo un bambino, vivendo da sola e dovendo fare tre ore di viaggio ogni giorno per seguire i corsi (avevo saltato, su ventisei corsi, solo un’ora), avevo ottimi rapporti di stima con molti dei miei professori e avevo finito, dopo un anno di esperimenti di simulazione al pc, la parte sperimentale della mia tesi, non mi rimaneva altro da fare che l’analisi dei dati, scriverla e discuterla. Poi finalmente sarei diventata una ricercatrice in A.I.! Come madre ero molto soddisfatta, mi sentivo, ero credo di poter dire, una buona madre. Mio figlio aveva gli occhi che gli brillavano, se glielo chiedevo: “sei felice?”, rispondeva sì, così, di getto, spontaneamente. Era socievole, allegro, ma sapeva anche essere triste e malinconico o arrabbiato… andava bene a scuola ma studiava giusto il minimo sindacale per prendere un sei e poi andare a giocare, dormiva sereno e era un bambino forte e sensibile. Come lavoratrice, non ero soddisfatta ma la parola giusta sarebbe entusiasta. Avevo creato/inventato agli inizi del terzo millennio un attività commerciale online, la volevo coniugare con la fine degli esami universitari e il lungo tempo che ogni esperimento per la tesi avrebbe richiesto (all’epoca, i computer, non quelli della NASA, ma uno normale come il mio, impiegava per ogni esperimento 12 h). Se la cosa avesse funzionato, avrei potuto con un solo pc e internet, continuare a studiare, diventare ricercatrice, fare esperimenti e comunicare con professori e colleghi per lo più in web conference… e allo stesso tempo guadagnare abbastanza con il commercio on line da poter viaggiare e far conoscere il mondo a mio figlio. Insomma, ritornare ad essere nomade ma per scelta e con solide radici nella mia costruita felicità: lo studio. Studiare è la mia felicità, attraverso lo studio, l’addormentarsi sul tavolo alle tre di mattina mentre con uno o più colleghi legge un testo alternatamente ad alzava voce, le discussioni ad infinitum su temi di ricerca, l’acuta curiosità condivisa che mai stanca, la scoperta e la confutazione, questa è la felicità: quel processo che si ripete sempre ma sempre diverso e che ti fa capire con certezza che esistono basi solide, radicate e stabili da cui nascono processi infiniti. Lo studiare è l’arte del vivere, ti insegna che l’infinito esiste in ogni cosa che si ripete, ti insegna ad amare, a leggere poesia, ad essere forte e invincibile perché impari che ogni imperfezione ed errore è leva e seme di vitalità, studiare insegna a trasformare, sconfigge il mortifero e ogni paura, studiare umanizza e in questo rende potenti. Studiare ti insegna ad impegnarti sempre, per ogni cosa, è un atteggiamento verso le cose, anziché appesantirle le rende leggere. Rende la vita divertente. …così coinvolsi una amica e collega universitaria nel lavoro, accettò. Era il 2003. Chiesi la tesi, iniziai gli esperimenti che finirò intorno al 2004, cominciarli l’analisi dei dati e nel frattempo il lavoro cominciava a definirsi meglio, era il 2005.

Ad ottobre 2007, sapevo cosa era la felicità  e se l’avessi persa come ricercarla, la casa era mia e le cose andarono diversamente…

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