Infinito, infinito iussivo.

Infinito, infinito iussivo.

“Meta irraggiungibile ma orientante, intangibile ma tendenziale, polare.
Questa azione che sta prima e dopo tutte le azioni, nella nostra lingua si offre enigmaticamente anche come comando. (…) Così, quando troviamo “tirare” e “spingere” sulla maniglia di una porta, tramite due infiniti verbali facciamo esperienza di questo enigma. È oracolare – come solo le situazioni ordinarie sanno esserlo – la collocazione di questi due infiniti, spingere e tirare, che, fra tutti i luoghi del mondo, prediligono le soglie; cioè gli abissi più sottili che ci siano, le zone di passaggio assolute fra un al di qua e un al di là.”

“I buoni propositi che si fanno a ogni stagione nuova, a ogni cambiamento di data. Prima ancora di una coerenza stilistica (…) hanno un’uniformità grammaticale: quasi tutti i loro verbi sono all’infinito. Non è un infinito verbale qualsiasi: è l’infinito iussivo, cioè quell’infinito che dà ordini, istruzioni per l’uso, indicazioni, e che si usa normalmente per le ricette, gli avvisi pubblici, gli ammonimenti, le annotazioni sulle lavagnette della spesa, sui post-it.

Al di qua e al di là dell’azione

C’è un modo del verbo che viene usato come etichetta basilare, come paradigma astratto dell’azione. La grammatica lo nomina con una parola enfatica: infinito.

Infinito: azione senza limiti, senza confini, dilagante nel pensiero che la concettualizza, che la immagina senza figura, senza oggettivazione, senza determinazioni; azione pensata nella sua astrazione potenziale, al di qua della sua messa in atto (della sua coniugazione), e, allo stesso tempo, pensata al di là di ogni singola messa in atto, nella somma complessiva delle sue messe in atto, nella sua potenzialità attuata – e inesauribilmente compiuta – da tutte le sue verificazioni, alla fine di tutte le coniugazioni: l’infinito, quel punto grammaticale oltre l’orizzonte in cui tutte le azioni sono state eseguite, totalizzate; luogo inattingibile, termine e terminazione apocalittica della grammatica, meta irraggiungibile ma orientante, intangibile ma tendenziale, polare.
Questa azione che sta prima e dopo tutte le azioni, nella nostra lingua si offre enigmaticamente anche come comando.

Tirare e spingere

Così, quando troviamo “tirare” e “spingere” sulla maniglia di una porta, tramite due infiniti verbali facciamo esperienza di questo enigma. È oracolare – come solo le situazioni ordinarie sanno esserlo – la collocazione di questi due infiniti, spingere e tirare, che, fra tutti i luoghi del mondo, prediligono le soglie; cioè gli abissi più sottili che ci siano, le zone di passaggio assolute fra un al di qua e un al di là. È in questo diaframma che, saggiamente, la nostra lingua colloca due infiniti: non due parole qualsiasi, ma due azioni nella loro forma inestinguibile: indefinita, infinita, perché quel tirare o quello spingere non potranno mai essere definiti né esauriti dalla nostra singola presa; allo stesso tempo la nostra singola azione entra a far parte (o esce a far parte) degli sconfinati oceani del tirare e dello spingere. Lo fa in forma di obbedienza a un infinito verbale. La nostra lingua sostiene che ogni azione singolarizza un infinito, lo coniuga: gli obbedisce. L’infinito verbale è un ordine, un comando, un’incitazione, un suggerimento, un consiglio, un supporto, un’istruzione, un’istigazione. Un promemoria. In esso, stato indefinito dell’atto e intimazione all’atto coincidono. Nella placida pausa da ogni attività riposa la matrice della mobilitazione pronta a balzare fuori di sé e ad attuarsi.”

(Tiziano Scarpa)

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